Esperienza

Quando il lavoro non finisce mai

Introduzione e note operative al lavoro

Mi prendo del tempo per sedimentare riflessioni avvenute lo scorso mese, rese possibili e velocizzate dalla partecipazione a due conferenze molto significative, By Design and by Disaster e Future Days. Vorrei riuscire a rendere divulgabili una serie di concetti centrali per i e le progettiste nel contesto attuale, soprattutto in Italia, dove tante cose faticano ad arrivare in lingua.

In verità avevo scritto la prima stesura del pezzo a partire dai miei appunti, da una serie di indicazioni e da Claude (che rimane presente anche in questo caso per alcune revisioni), ma ho scelto di riscrivere tutto da capo proprio per allenare il muscolo del ricordo e della creazione di senso individuale.

Ho scelto di scrivere in italiano anche se le conferenze erano interamente in inglese e magari molta parte del pubblico interessato a leggerlo potrebbe essere anglofona. Credo che ci sia un enorme bisogno di fare divulgazione di questi temi in lingua italiana, con la nostra metrica, con il nostro modo di pensare, con le nostre frasi lunghe e complicate. Spero che il pubblico anglofono possa, almeno per questa volta, far tradurre automaticamente la pagina dal proprio browser. 🙂 In qualunque caso non nego assolutamente la mia inadeguatezza linguistica in inglese, ma come immaginerete, se avessi voluto farmi tradurre uno scritto, al giorno d’oggi non sarebbe stato un grosso problema tecnico.

Dopo questa lunga introduzione, che avrà fatto scappare la maggior parte delle persone interessate, posso iniziare a entrare nei temi.

Quando osserviamo il sistema, siamo il sistema

Siamo nel traffico, sbraitiamo, ci lamentiamo, ci stressiamo, ma siamo il traffico: questo è l’incipit del discorso di Christian Bason. Forse l’avete già sentita, ma per il sottoscritto questa frase rende visibile con grande concretezza una cosa importante: quando osserviamo un sistema dimentichiamo che ne facciamo parte, che lo stiamo contribuendo a creare proprio mentre lo critichiamo. Per noi designer è un punto particolarmente rilevante. Quando progettiamo non siamo mai osservatori esterni e neutrali: siamo dentro il sistema che stiamo costruendo. Siamo il sistema che riprogetta se stesso. E ci portiamo dentro molto più di quanto pensiamo. Ci portiamo dentro una storia, un modo di vedere il mondo che ci è stato trasmesso dalla cultura in cui siamo cresciuti, dalle persone che ci stanno vicino, dagli studi che abbiamo fatto, e perfino dalla nostra biologia. Tutto questo entra, spesso senza che ce ne accorgiamo in ciò che progettiamo.

Il designer compie ovviamente le proprie scelte etiche e di valore individuali, ma è esso stesso il punto in cui si deposita tutta una storia di pensiero e di cultura che viene da un luogo preciso. Questa storia, tra le altre cose, ci arriva dagli strumenti che altre persone hanno progettato prima di noi: ogni oggetto, ogni tecnologia, ogni design che usiamo porta con sé il modo di pensare di chi l’ha creato. Per questo il designer ha una doppia responsabilità: usare in modo etico gli strumenti che ha ereditato, e crearne di nuovi sapendo che a loro volta entreranno negli altri, cambiandoli. Molte volte, durante le conferenze, è stato ripetuto che prima di tutto dobbiamo essere dei buoni antenati. Pensare alle conseguenze ambientali e sociali di ciò che progettiamo, ma anche a quelle più profonde, che toccano il modo in cui le persone pensano e immaginano il mondo, è ormai imprescindibile.

Ed è qui che entra in gioco un’altra riflessione importante, quella di Shoukei Matsumoto: che cosa succede quando iniziamo a pensare che il nostro lavoro non avrà mai fine? Certi lavori non si chiudono con il presente. Non si tratta di consegnare un progetto, si tratta di portare un cambiamento nel mondo, o anche solo in un piccolo contesto. Per farcelo capire, questo monaco buddista ci ha invitati a pulire per quindici minuti lo spazio in cui avremmo passato i due giorni successivi. La pulizia di uno spazio non finisce mai: in quei giorni eravamo gli ospiti e ci prendevamo cura di quel luogo tutti insieme, ma prima di noi qualcuno lo aveva vissuto e qualcun altro lo aveva pulito, e lo stesso accadrà dopo di noi. Vale per tutto. Viviamo su questa terra per un certo tempo, e certi cambiamenti collettivi sono così grandi che non bastano nemmeno intere vite per realizzarli. Ma questo non deve fermarci dal fare ciò che riteniamo giusto, perché possiamo consegnare a chi verrà dopo un mondo in cui maturino le condizioni giuste per cambiare davvero quello che noi, ora, non riusciamo a cambiare. Il design, quando ha a che fare con l’ambiente e la società, non finisce mai. E nemmeno le nostre ricerche: non nascono dal nulla e non si esauriscono con noi.

Bianca Elzenbaumer VUCA - Lavoro collettivo
Bianca Elzenbaumer sul mondo VUCA e i tentativi collettivi di confrontarlo

Abitare lo spaesamento

Se il fatto di considerarci come relazioni e non solo nodi (usando il vocabolario della scienza delle reti) può far vacillare molte delle nostre certezze, è con il talk di Lisa Baumgarten che cominciamo davvero a perderci, nel senso buono, ad aprirci al nuovo. Noi mettiamo ordine nel mondo attraverso quello che i filosofi chiamano episteme: una specie di lente di fondo emergente, quasi sempre inconsapevole, che in una certa epoca decide cosa conta sapere e cosa no. È una lente che non scegliamo, ce la ritroviamo già addosso, ed è diversa da luogo a luogo, da tempo a tempo.

Il punto è che queste lenti cambiano, e non ne esiste una migliore delle altre. Anzi: far convivere sguardi diversi, senza metterli in gerarchie valoriali, può generare una ricchezza enorme. Certo, può anche generare quello che Helen Verran chiama “epistemic disconcertment”, lo “sconcerto epistemico”. È quella sensazione, fisica e collettiva insieme, che proviamo quando incontriamo un modo di conoscere il mondo completamente diverso dal nostro, e all’improvviso iniziamo a dubitare di categorie che ci sembravano ovvie, naturali, addirittura la realtà stessa, e che invece scopriamo essere solo un punto di vista tra tanti. Per noi che progettiamo, lasciare spazio a modi di conoscere lontani dal nostro può essere uno strumento prezioso: ci aiuta a costruire cose nuove che provino davvero a guardare lontano, oltre il presente oltre il nostro sguardo soggettivo, situato e storicizzato.

parco/cimitero di Assistens
Passeggiata collettiva nei Future Days visitando il parco/cimitero di Assistens dove passato, presente e futuri si incontrano costantemente

Costruire alleanze oltre ciò che reputiamo prioritario

Nella pratica, questo atteggiamento può prendere forme molto ampie, attraverso sguardi postcoloniali e transfemministi, ma ha anche ricadute molto concrete su un punto: come scegliamo di costruire alleanze con chi vuole le nostre stesse cose. Manuel Grebenjak tocca un tema sentitissimo da chi, nella vita professionale o fuori, si occupa di attivismo. Nelle lotte per il clima il concetto di emergenza (non dal punto sistemico ma dal punto di vista temporale) è centrale: Extinction Rebellion ha costruito gran parte del suo messaggio proprio su questo, perché cambiare sistemi globali che stanno rendendo il pianeta sempre meno vivibile è un processo lungo e pieno di resistenze. Ma l’emergenza porta con sé impazienza, fretta, tensione. E questa tensione spinge spesso i movimenti a sottovalutare, o addirittura a non riconoscere, il lavoro di chi gli sta accanto e in fondo vorrebbe le stesse cose.
Manuel propone allora una mappa per leggere i diversi modi di fare attivismo. Le aree che individua sono: cambiamento culturale, creazione di alternative, riforma, persuasione, disruzione (disruption) e organizzazione. Sono tutte facce di uno stesso solido, e solo insieme possono reggere quel cambio di paradigma che è ormai necessario per il benessere della maggior parte degli esseri viventi sulla terra, umani e non. Basta sminuire le strategie degli altri: l’alleanza vera nasce quando ci sentiamo un’unica entità, almeno nello scopo, nello spazio e nel tempo, ognuno con le sue specificità, che invece di dividerci possono arricchirci a vicenda.

Bas Van De Poel - storm of information
Bas Van De Poel ci ricostda il conflitto fra i nostri limiti biologici e il contesto tecnocratico nel quale viviamo.

Come governare quando il problema è il proprietario

Alla fine si torna sempre lì, al potere. È un tema emerso in quasi tutti gli interventi che ho citato, e anche in altri che, per ragioni di tempo, non riesco ad approfondire.

Non possiamo far finta che non esista un sistema di potere sotto tutto questo: un potere che nasce dallo status, dal ripetersi di un certo modo di vedere il mondo, dalle risorse a disposizione, da tutti quei vantaggi di partenza che spesso si raccontano con l’immagine della “ruota del privilegio e del potere“. Nell’ultimo decennio si è fatto molto per mettere in discussione le cose, sul piano sociale e ambientale, ma a tutta questa spinta il sistema ha risposto. C’è sempre un sistema che risponde, che cerca di restare in equilibrio e di tenere tutto al suo posto, semplicemente per sopravvivere. Più forti sono state le spinte per cambiarlo, più dura è stata la sua reazione. Quando pensiamo di poter cambiare un sistema enorme come quello ambientale e sociale del pianeta, da cui tutti dipendiamo, dovremmo ricordarci una cosa: ogni strategia, appena comincia a funzionare, va già ripensata, perché farà subito scattare delle contromosse pronte a neutralizzarla. Lo status quo si difende perché percepisce che i suoi privilegi stanno cambiando, ma non riesce a immaginare futuri diversi in cui potrebbe comunque trovare un suo posto.

Ed è proprio qui che può di nuovo entrare il design: il design come spazio in cui far dialogare visioni diverse del futuro. E se…? Sitra ha organizzato un workshop semplicissimo ma molto efficace su questo. Bastavano qualche video e qualche ritaglio di articolo per costruire uno scenario ambientato nel 2038: sessanta persone immerse in quel contesto hanno simulato un’assemblea di cittadini del futuro, in Europa con il compito di proporre delle regole sul rapporto tra tecnologia e società. Un format coinvolgente e replicabile, che potremmo riportare in qualsiasi organizzazione di cui facciamo parte per accendere sguardi nuovi e critici. Io mi sono ritrovato a un tavolo con altre cinque persone a discutere dei problemi sociali e politici legati alle tecnologie di comunicazione neurale: ne sono uscito un po’ scioccato, ma anche molto più consapevole.

Il design, insomma, come ponte tra sensibilità diverse, perché ognuno possa guardare la realtà anche con gli occhi di un altro. Design come spinta all’azione collettiva. Il design che progetta consapevolmente gli strumenti che faranno parte della riprogettazione delle prossime generazioni. Bas Van De Poel apre il suo intervento dicendo una cosa semplice: se vuoi davvero innovare, devi cominciare innovando la tua organizzazione. E Imandeep Kaur insiste sullo stesso punto, sull’importanza di partire dal locale, facendo i conti con le poche risorse che abbiamo, con delle democrazie che non riescono più a svolgere il ruolo di creazione di benessere per le persone che le abitano, una visione che mi ricorda molto il municipalismo libertario di Murray Bookchin.

Domande di Sitra per esplorare i futuri
Domande predisposte da Sitra per stimolare il dialogo sui futuri

Organizziamoci per costruire futuri confederati

È vero, qui in Italia ci muoviamo in un contesto dove le risorse per lavorare su questi temi mancano sistematicamente, ed è normale che il mercato non sia pronto a pagare chi prova a immaginare mondi diversi. Ma forse è proprio questo il punto. Aspettare che il sistema ci riconosca significa aspettare che a finanziare il cambiamento sia proprio chi da quel cambiamento ha tutto da perdere. E abbiamo visto che non funziona così: il sistema risponde, difende i suoi parametri, neutralizza.

Allora non ci resta che organizzarci. Non come gesto eroico, ma come pratica quotidiana e paziente, da buoni antenati, ringraziando chi prima di noi si è impegnato. Pulire lo spazio sapendo che qualcun altro lo abiterà dopo di noi. Costruire alleanze con chi condivide i nostri obiettivi, anche in parte, anche quando ci sembra che vada troppo piano o troppo veloce. Lasciarci spaesare dall’altro, perché, per dirla con Mark Fisher, è nello strano e nell’inquietante che si aprono le crepe da cui passa il nuovo.

Ma organizzarci è una cosa che dobbiamo imparare a fare: non è un istinto naturale, e non è nemmeno qualcosa che ci hanno insegnato, perché i progettisti, fino a ieri, progettavano solo quello che il cliente decideva per loro. Dobbiamo prima di tutto lavorare sulle relazioni,  imparare a progettare le nostre organizzazioni, a darci strutture, modi di decidere e di far circolare le informazioni che reggano nel tempo. Ma soprattutto dobbiamo imparare a progettare insieme i nostri scopi, a costruirli collettivamente invece di ereditarli già confezionati.

Il lavoro non finisce mai, e va bene così. Il nostro compito non è chiudere il progetto, è tenere aperto il varco abbastanza a lungo perché qualcun altro, un giorno, trovi quel momentum che a noi è mancato. Nel frattempo, c’è un sacco da fare. Cominciamo da dove siamo, con chi c’è.

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