Caso Studio

Co-Progettare AI come al pranzo della Nonna: il Campus Generativa

Co-progettare AI come al pranzo della Nonna: un racconto dal Campus Generativa su cura, relazioni e intelligenza collettiva nella progettazione di intelligenze artificiali.

Mentre torno a Roma dopo la splendida esperienza del Campus di Generativa a Napoli non resisto, prendo il pc e inizio a scrivere (poi ci ho messo una settimana a finire di scriverlo, ma questo è un altro discorso).

Generativa è stata un’esperienza formativa sull’AI per la cultura e l’arte, durata diversi mesi e organizzata da un partenariato vario e competente con al suo interno Sineglossa, Università Orientale di Napoli, TLON, Matera Hub e Basilicata Creativa. Alla fine delle lezioni online ci è stato chiesto, come Ecosistemica, di organizzare 2 giorni di co-progettazione con le 60 persone che avevano seguito i corsi con l’obiettivo di fare comunità di pratica.
In questo articolo racconterò l’esperienza sia dal punto di vista processuale del design, ma anche e soprattutto dal punto di vista relazionale e umano riportando ciò che è rimasto vivo in me, lo sguardo del facilitatore che è però anche persona in mezzo alle altre e intesse relazioni.

La progettazione genuina

Ma quanto lavoro di design ci vuole per costruire un contesto di genuina autenticità in cui le persone possano conoscersi, scambiare conoscenze, imparare e lavorare insieme?

Sembra una contraddizione in termini. Per avere un’esperienza che consenta alle persone di essere autentiche verso se stesse e le altre, è necessario tanto lavoro di progettazione. Questo perché siamo abituate a contesti gerarchici (non è una parolaccia e va esplicitata quale gerarchia) verticistici di comando e controllo, forse perché i luoghi di conoscenza serendipica o spontanea con altre persone stanno man mano esaurendosi (o sono solo fortemente disincentivati dal sistema pubblico e politico in auge), forse perché i tempi stanno diventando sempre più ottimizzati e mediati, forse ancora perché diamo così tanta importanza all’output e alla tecnica, che il processo e la relazione vengono messi  in secondo piano.

Scrivendo mi sorge una domanda: quanto è difficile replicare il pranzo della Nonna? Il pranzo della Nonna non tornerà mai nella forma in cui è stato, la Nonna è stata un costrutto sociale, di genere e narrativo del dopoguerra italiano avvenuto grazie a una serie fortuita di fenomeni: le persone vivevano più a lungo rispetto alle epoche precedenti, avevano delle pensioni adeguate e potevano prendersi cura delle altre. La Nonna non si può replicare, ma noi possiamo imparare tanto da questa idea. La Nonna come individuo non ha senso se non è inserita in un contesto relazionale, il suo piatto non è la perfezione gastronomica, la sua casa non è la più lussuosa, la famiglia nella quale si situa non è ottimale. Quell’insieme di relazioni che si intrecciano – socialità, affetto, prodotti locali e stagionali, colori, ricordi – acquisisce un valore inestimabile. La Nonna ospita, crea le condizioni affinché le persone invitate non debbano pensare ad altro se non a godersi l’esperienza. L’esperienza non è finalizzata all’output del mangiare quel determinato piatto. Il piatto della Nonna non si può replicare, non si può costruire forzatamente in laboratorio, perché mancherebbe delle sue relazioni.

Dalla Nonna, noi di Ecosistemica, abbiamo appreso. A Napoli volevamo essere dei buoni ospiti prima di pensare alla tecnica. Abbiamo scelto di prenderci cura e abilitare un contesto di celebrazione, non gerarchico verticistico, non competitivo, che valorizzasse l’individuo nella sua complessità prima che il professionista. Abbiamo scelto di progettare un workshop di co-design di prodotti, servizi e sistemi di intelligenza artificiale dando più spazio possibile all’intelligenza relazionale, non quella dell’individuo, ma quella emergente dalle connessioni delle persone, le connessioni con un processo, con gli strumenti, con un luogo e dei tempi, situando quella che Levy chiamava intelligenza collettiva. Abbiamo scelto di farlo nella maniera più semplice possibile, senza fronzoli ma guidati da posture condivise, prendendo spunto dalle Design Jam, dall’Art of Hosting e utilizzando strumenti che esistono da decenni nel design e che fossero a portata di tutte. 

Co-Progettare partendo dal Setting e dalle posture
Fig 1. Il setting che abbiamo utilizzato durante il Campus. Il setting è uno strumento relazionale narrativo che aiuta a costruire una base comune fra le persone promuovendo sicurezza individuale e mutualità. Co-progettare insieme partendo dalle posture individuali può aiutare molto.

Il design aperto

Quando ho iniziato a lavorare 15 anni fa, gli eventi di co-progettazione gratuiti, accessibili e distribuiti sui territori erano all’ordine del giorno. Nelle Design Jam, ad esempio, si progettavano sistemi e prodotti per migliorare la vita delle persone, piattaforme per la sostenibilità ambientale e servizi a supporto delle democrazie. Il tutto in gruppi con persone sconosciute. Mi ricordo un fiorire di strumenti accessibili per lavorare insieme, canvas per progettare qualunque cosa, scaricabili su quell’internet ancora non drasticamente compartimentato in grandi piattaforme proprietarie chiuse, nel quale non si voleva massimizzare il profitto con ogni interazione e dove il traffico generato dai bot ancora era minoritario. Un internet molto più simile a quello delle origini, frontiera di esplorazione, ma soprattutto un progetto collettivo dove ogni persona contribuiva a proprio modo. 15 anni fa potevo scaricare tutti gli strumenti di design con i quali ancora lavoro in maniera gratuita, perché qualcuno li sperimentava, li modificava e li rilasciava con licenza aperta. Durante l’organizzazione del Campus ho avuto molta difficoltà a trovare strumenti e database aperti, per questo motivo ho preso quelli che avevo in Creative Commons e li ho riprogettati.

Più di una persona a fine Campus mi ha chiesto se avremmo condiviso gli strumenti (canvas) utilizzati, la risposta mi sembrava implicita: “è ovvio!”. Gli strumenti servono per aiutarci a riflettere, credo sia fondamentale condividere le proprie creazioni, credo sia fondamentale condividere ciò che ci consente di riflettere insieme.

Un’altra partecipante mi ha confessato che aveva un’idea bellissima per una AI ma non la voleva condividere con me per paura che la copiassi. Questo mi ha fatto riflettere molto. Fin da piccoli ci insegnano a non copiare; è una cosa sbagliata, è deplorevole, è una mancanza di rispetto verso la persona dalla quale stai copiando, verso chi supervisiona e verso te stesso. Se copiare significa sopprimere il proprio spirito critico, allora posso essere d’accordo, come nel caso in cui copiare lede in maniera considerevole la persona dalla quale si è copiato. Ma certe volte copiare significa consentire ad un’idea di avere una risonanza maggiore, fare del bene a più persone, consentire di saltare delle fasi più noiose per dirigersi subito alle fasi interessanti. In alcuni casi si possono anche concedere tutti i diritti per copiare, solitamente ciò si fa con i Creative Commons. Immaginate che mondo sarebbe stato se la penicillina fosse stata brevettata. Immaginate, anche, che mondo sarebbe se fossero accessibili i diritti di utilizzo e riproduzione di tutti quei prodotti culturali, artistici e tecnici che ora sono chiusi e che rappresentano una potenziale risorsa per l’umanità. Su questo tema rimane centrale la riflessione di Ippolita su Open non è Free, alla quale mi unisco sentendo forte, come pensatore e creatore, la responsabilità e il piacere di condividere.

Nel nostro caso cerchiamo e cercheremo sempre più di rendere aperti e gratuiti tutti gli strumenti che costruiamo. Ad esempio per l’occorrenza abbiamo caricato la Mappa degli Attori, la Ruota del Privilegio e la Journey Map usate durante il Campus sullo Zotero dove solitamente archiviamo le slide e i materiali dei workshop e delle formazioni di Ecosistemica.

Ruota del potere e del privilegio
Fig 2. Ruota del Privilegio e del Potere mutuata fondendo alcuni spicchi presenti in quelle del Canadian Council of Refugee, di Sylvia Duckworth, di
Laboratorio Zero e Valeria Piras. Dopo averla usata ci siamo accorti che era evidente e sentita la mancanza dello spicchio sull’età. La potete scaricare sullo Zotero.

Intelligenze artificiali relazionali

Un articolo che parla di un workshop di co-progettazione di intelligenze artificiali che affronta il tema delle AI solo alla fine? Sì, credo fortemente che la tecnica debba essere affrontata quantomeno insieme alle questioni bio-antropo-psico-socio-storiche e non come hype da capitalizzare a tutti i costi, non come strategia di definizione di profezie autoavveranti. Credo sia importante parlare di accesso agli strumenti, di ownership, di potere, di umani e di relazioni. Credo sia importante prima di tutto definire i nostri obiettivi collettivi e poi costruire intorno le condizioni tecniche per raggiungerli. Impossibile non far riferimento a Salvatore Iaconesi quando si parla di questi temi:

Per gli esseri umani l’IA costituisce una questione **ESISTENZIALE**, che ha implicazioni psicologiche, culturali, sociali, politiche, relazionali, economiche e che riguardano i diritti fondamentali dell’essere umano.

Prima che un campus tecnico, quello di Generativa è stato un laboratorio di riflessione condivisa su dove noi umani volessimo andare, un laboratorio di direzioni possibili, di bisogni, desideri e conflitti che forse, fino a prima, erano rimasti chiusi e frammentati in tutte le persone che, con generosità, hanno partecipato.

Gli output sono stati molteplici:

Partecipanti Generativa Campus
Fig 3. Le persone superstiti alla fine delle 2 giornate di campus. Eravamo un po’ preoccupati in fase di progettazione nel mettere una restituzione consequenziale di 10 idee progettuali, alla fine la curiosità ha vinto e molte persone sono rimaste fino alla fine!
Credits: ph Luigi De Innocentis / Pigrecoemme
  • AI come supporto per un’educazione sessuo-affettiva discreta;
  • AI per collegare archivi e rendere più semplice la ricerca;
  • AI per creare ambienti relazionali basati sulla musica;
  • AI per la ricerca sociale territoriale;
  • AI per spronare le giovani generazioni a leggere di più e studiare meglio;
  • AI come collega per co-progettare policy di lavoro umano-umano e umano-agente non umano;
  • AI per la personalizzazione dei percorsi museali;
  • AI per stimolare l’intergenerazionalità nei territori a rischio spopolamento;
  • AI per il matching culturale delle persone che fanno ricerca;
  • AI per favorire la residenza nelle aree interne.

Non mi dilungherò nella descrizione o il commento di tutte le idee, magari questo lo faranno i miei colleghi di facilitazione Stefano Capezzuto lato etica delle AI e Daniele Gambetta lato fattibilità tecnica delle AI. Spero che presto si condivideranno i progetti emersi, perché reputo che ci siano stati spunti di riflessione davvero significativi, che meriterebbero di essere messi in circolo, di essere realizzati e per alcuni versi anche copiati.

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