Esperienza

L’hacking dell’habitus

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Dalla Scuola Democratica alla Scuola Open Source

Mi siedo davanti allo schermo nel treno di ritorno da Brindisi con un’immagine ben delineata nella mente. È un ricordo, un video di Masanobu Fukuoka che lanciava bombe di semi, delle palline di fango all’interno delle quali sono stati incorporati diversi semi differenti. Il fango argilloso ricopre i semi che possono rimanere a terra senza essere mangiati dai roditori o dagli insetti, ma consente la permeabilità dell’umidità. La forma sferica delle palline gli permette di essere lanciate, di rotolare, di infilarsi in luoghi nei quali magari dei semi qualunque non potrebbero mai entrare. Se si lavora bene nei diversi cicli dell’anno, i semi sono una risorsa rinnovabile e abbondante, infatti ogni bomba ne contiene molti, insieme, diversi. Parafrasando il pensiero di Fukuoka, non siamo noi umani a decidere o a poter nemmeno immaginare quale sia il posto giusto per far germogliare un seme.

Fukuoka Seed bombs

La relazione fra ambiente, risorse, soggetto (in questo caso il seme) e altri soggetti, sembra banale ma è qualcosa di estremamente imprevedibile. Questo discorso vale per noi progettisti e progettiste, soprattutto in questo periodo nel quale il perimetro del nostro lavoro si espande in sfere sociali, relazionali, fisiche, digitali, etiche, critiche, mai viste prima.

Settembre è ricominciato e con esso sono ricominciati i miei pellegrinaggi fra conferenze e progetti. Il caso ha voluto che in questo mese ci fosse la conferenza Scuola Democratica 2026 e Brindisi Città Aperta della Scuola Open Source.

La scuola, l’insegnamento, la trasmissione, la facilitazione, l’abilitazione, la maieutica, la pedagogia. Come esperienze situate soggettivamente possono alimentare l’esperienza di altre persone? Come queste esperienze socializzate possono guidarci verso scenari diversi da quelli di collasso che tutti percepiamo e che continuamente ci infliggono e ci autoinfliggiamo (almeno io lo faccio, parlo per me)?

In questo periodo pressione multiscala su ambiente, politica, guerra, ingiustizie, tecnofeudalesimo e arroganza dei forti sui deboli, serve respiro, sarebbe importante trovare qualcosa per il quale agire e non solo qualcosa contro il quale difendersi. Il problema è che l’esposizione mediatica alla quale siamo sottoposti nei social network depotenzia la parola, rendendola solo un rumore in mezzo ad altri rumori, incapace di creare scenari desiderati dove voler puntare come individui dentro delle collettività. Quindi se la parola viene sommersa da altre parole sponsorizzate con risorse inarrivabili per noi, perdiamo la possibilità di generare scenari altri? Forse no, ci rimangono le pratiche. Le pratiche, infatti, non si diffondono per la stessa via broadcast della parola sponsorizzata: passano per imitazione fra chi si frequenta da vicino, per prossimità più che per portata, e restano perciò meno esposte a quello squilibrio di risorse, anche se più lente a diffondersi.

Negli ultimi tempi sto studiando e osservando tanto sulle capacità trasformative delle “pratiche del quotidiano”, quelle pratiche che un individuo o una collettività ripetono quotidianamente con piacere (se porta godimento) o disciplina (se si è consapevoli della sua importanza anche se implica un peso). Queste pratiche del quotidiano hanno la capacità di essere virali e di situarsi in altri corpi che le possono rielaborare in base alle proprie caratteristiche e a loro volta le possono diffondere in nuovi contesti. Mi interessa guardare come le pratiche collettive creino dei cerchi magici e come questi aprano dei varchi verso scenari speculativi, che ancora non esistono ma che al contempo possono essere il germe di quel qualcosa per il quale agire. È l’iperstizione: una finzione che, praticata abbastanza a lungo e da abbastanza persone, smette di essere finzione e comincia a produrre gli effetti che immaginava. 

Emozioni della giornata
Una piccola pratica del quotidiano, la board per le Emozioni della giornata, hackerata anche essa dalle partecipanti 🙂

Le pratiche sono di molti tipi: individuali e collettive, corporee e dialogiche, esplicite e implicite. Ci circondano anche quando non le mettiamo in parole: le eseguiamo senza averle imparate formalmente, perché il nostro contesto di origine ce le tramanda per continuità imitativa, e restano per lo più non interrogate. Per Bandura la maggior parte del comportamento umano si apprende osservando altri: dall’esempio (per imitazione) ci si fa un’idea di come si eseguono nuovi comportamenti, e questa informazione codificata guida l’azione in seguito, risparmiando errori. Metterle in discussione, però, richiede quello che Bateson chiama apprendimento 3, il livello di apprendimento più raro e sconvolgente: non correggere una scelta, ma rivedere il sistema stesso di alternative con cui scegliamo, una riflessione sulla riflessione.

Adesso abbiamo dei comportamenti che somaticamente si esprimono in pratiche che percolano da una generazione alla successiva e da contesti sociali dominanti, verso degli individui che spesso non razionalizzano queste informazioni e che le riproducono senza metterle in discussione. Questo dà vita sistemicamente ad uno status quo del pensabile e dell’agibile che normalizza comportamenti, pratiche e saperi, la doxa per Bourdieu. L’habitus ne è la parte incorporata, l’insieme di disposizioni durevoli e trasponibili che si sedimentano attraverso la socializzazione: schemi di percezione, giudizio e azione che si acquisiscono dalla propria posizione sociale e che poi orientano, per lo più senza consapevolezza, ciò che si sente, si pensa e si fa. È “struttura strutturata predisposta a funzionare come struttura strutturante”: prodotto della condizione di origine e insieme generatore di pratiche che tendono a riprodurla.

Ed è qui il cuore di tutta la riflessione: le condizioni sociali in cui siamo cresciuti generano, attraverso l’imitazione, un habitus radicato in valori che magari non condividiamo; quell’habitus a sua volta genera pratiche che tendono a riprodurre proprio quelle condizioni. Cambiare le pratiche può essere una spinta per immaginare e far emergere condizioni nuove.
In parole semplici, se modificassimo consapevolmente le nostre pratiche collettive e se le progettassimo (design) per essere strutturanti di una nuova struttura coerente con i nostri valori, queste potrebbero “infettare” lo status quo più di quanto la parola sia attualmente in grado di fare.

In questo framework ancora incredibilmente acerbo ritrovo quelle bombe di semi di Fukuoka, ovviamente non è detto cosa germoglierà, quando, dove e se queste nuove piante riusciranno a riprodursi, ma è questo il punto, non lo potrei comunque mai sapere interfacciandomi con un contesto così complesso, penso sia importante nominare quelli che sono dei limiti anche soggettivi e biologici. Da questo punto però anche se una sola pratica viene riprodotta al di fuori del cerchio in un nuovo ambiente, questo sarebbe già un primo segnale.

Allora credo sia importante diffondere piccole pratiche del quotidiano, provando ad hackerare l’habitus che ci siamo ritrovati, pratiche che possano essere agite sia in collettività permanenti che temporanee e che possano essere semplici, dalle facilitazione nelle call di lavoro, alla creazione e condivisione di un’agenda condivisa, dai turni di parola, all’esercizio di forme decisionali multiple, alla creazione di cerchi di condivisione a fine di un momento collettivo. Sperando che, mostrando nuovi e diversi modi di stare insieme nel presente, si possa pensare ad altri futuri, futuri discontinui che non riproducano l’eterno presente che il tardo capitalismo vuole farci vivere. Aprendo questi cerchi magici, scorgendo cosa c’è oltre il varco, allora forse il desiderio individuale si moltiplicherà diventando collettivo e verrà riprodotto anche fuori dai cerchi. È di nuovo l’iperstizione all’opera: la finzione condivisa dentro il cerchio comincia a produrre gli effetti che immaginava anche fuori da esso. Perché questo accada non basteranno solo le pratiche: servirà anche affrontare il tema delle risorse e il tempo che servono per accedere a questi cerchi, altrimenti il rischio è di redistribuire la forma senza redistribuire le condizioni. Ho provato a portare in grafica i passaggi che ho narrato contestualizzandoli nella concezione annidata dei sistemi di Bronfenbrenner.

Hacking dell'Habitus

Di questo ho provato a parlare durante la conferenza Scuola Democratica 2026, attraverso la ricerca, raccontando un esperimento basato su un anno e mezzo di pratiche nel mio gruppo dottorale. E sempre questo ho provato a portare, ma anche ad accogliere durante Brindisi Città Aperta della Scuola Open Source, esperienza importantissima di pratica collettiva e di progettazione partecipata che risveglia il senso stesso di fare quello che sto facendo, progettista perché, per chi, con chi? Come? Essere umano perché? Per chi? Con chi? Come? Lanciando bombe di semi.


Bibliografia

Bandura, A. (1977). Social learning theory. Prentice-Hall.
Bateson, G. (1972). Steps to an ecology of mind: Collected essays in anthropology, psychiatry, evolution, and epistemology. University of Chicago Press.
Bourdieu, P. (1980). Le sens pratique. Éditions de Minuit.
Bronfenbrenner, U. (1979). The ecology of human development: Experiments by nature and design. Harvard University Press.
Fukuoka, M. (1975). The one-straw revolution: An introduction to natural farming. Rodale Press.

P.S. Mentre formalizzavo questa ipotesi mi sono accorto che il pensiero che provavo a formulare era più grande di me e che per quanto studio e azione ci possa essere dietro, non sono riuscito a renderlo elegante e comprensibile come mi immaginavo, le connessioni fra i concetti arrivavano ma non le riuscivo a reggere per più di pochi istanti. Mi chiedo se certi pensieri hanno bisogno di ancora più tempo. Oppure di più persone che lo affrontano insieme. Parliamone, troviamo degli spazi intenzionali, anche se dovremmo anche trovare le risorse per farlo.

P.P.S. Durante la scrittura il pensiero mi tornava spesso su Salvatore Iaconesi e il fatto che tante volte abbiamo parlato di queste cose e da quando non c’è più non ho trovato altre persone con le quali affrontarle con la stessa profondità. Mi manchi Sal, ci saremmo divertiti tanto alla SOS.

E ANCORA Mi sono dilungato poco nel raccontare le esperienze che ho vissuto nella loro interezza, ma per chiarezza va scritto che progettare e realizzare una intelligenza artificiale pubblica per le Case di Quartiere di Brindisi in una settimana e con 60 persone che per la maggior parte non si conoscevano fra di loro, è stata un’esperienza incredibile. Ovviamente non sarebbe successo senza una squadra affiatata e quindi non posso non ringraziare Kedy e Carlotta del mio team per l’attenzione costante, anche nei momenti più intensi. Ma è stato bello rivedere pirati e piratesse della prima ora, con qualche cicatrice in più e con la barba o i capelli che si ingrigiscono ma con quell’ardore nel cuore che nel tempo ha trovato anche spazio per la cura. Grazie tanto a Ale T, a Daniele, Puria, ma anche a chi ha comunicato in maniera esemplare il progetto Rob, Carlotta e Davide. Infine a chi non era nei gruppi ma ci è sempre stato per sostenerci, Alberto, Ale Bale, Silvia, Martina e Arianna. Ovviamente a tutte le persone che hanno dato il loro fondamentale contributo all’intelligenza collettiva che si è venuta a creare. Felice e grato di essere salpato con voi, già ripartirei per una nuova avventura.

Scritto a mano e revisionato insieme a Claude Sonnet 5.0

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